mercoledì 28 luglio 2010

Cronaca di casa

Che mi avesse chiamato mio padre, soprattutto a quell'ora del pomeriggio, era strano.

Non che non chiami mai, ma quella telefonata a quell'ora voleva dire che era successo qualcosa di particolare e come sempre succede iniziavo a temere qualche brutta notizia.


Ovviamente lo conoscevo. Non posso dire che fossimo amici, ma in un paese piccolo come il nostro si sa tutto di tutti anche senza necessariamente aver fatto chissà quali discorsi. Ci si salutava come quasi con tutti e poco più, anche perchè i genovesi non sono il massimo in fatto di loquacità.

Vedere alla sera al telegiornale quei posti, ascoltare persone conosciute, veder spuntare tra la folla dei curiosi perfino mio zio, hanno reso quel fatto di cronaca così vicino. Spesso si ascoltano episodi simili con distacco, come tante scene di un film ambientato chissà dove.

Difficile capire cosa sia scattato nella testa di un uomo in quelle situazioni, cosa lo abbia spinto a superare quel limite così estremo.

Mi ha sorpreso comunque come nei giorni successivi la stampa, pur non prendendo posizioni, prendesse in considerazione l'accanimento delle vittime invece di buttarsi a capofitto sulla follia del carnefice.

Questo si che sarebbe stato da film.

lunedì 26 luglio 2010

Cosa mi sono portato dietro dall'Egitto?

A parte 25 chili di extrabagaglio (che a 20 euro a chilo fanno 500 euro che spero ancora che mi vengano rimborsati)??

- Che il mio inglese dopotutto non fa così schifo. Una volta rotto il ghiaccio sono riuscito a comunicare senza problemi con egiziani, indiani, giapponesi, malesi (ciao Tiger), algerini, libanesi, filippini, tedeschi, romeni. L'unico che proprio non sono mai riuscito a capire è quel cavolo di americano che sembrava sempre avere una patata in bocca. Imponete l'inglese a tutto il mondo e poi non lo sapete parlare. Maledetti!

- Che nel mio lavoro me la so cavicchiare piuttosto bene, anche quando sono da solo (cosa mai successa prima d'ora). Non che abbia intenzione di tirarmela, però mi da meno remore quando devo lamentarmi e mi sentire di meno l'ultimo arrivato.

- Che mi riesco ad adattare alle situazioni più disagevoli. Questo non è del tutto un bene perchè, come dice giustamente Gigi, se ti abitui a stringere i denti poi li strngerai per tutta la vita. Credo che, per quanto grande sia il bisogno, ci siano dei limiti in campo lavorativo oltre i quali non si debba andare. Quando però vivi situazioni così eccessive il problema è che non riesci più a capire quale sia il giusto limite. Chi fa un lavoro, qualsiasi lavoro purchè onesto, merita rispetto e la cosa che mi ha fatto più male in questa avventura è stata la consapevolezza che a nessuno dei miei capi importasse niente di quello che stava succedendo.

- Una bella intossicazione alimentare. Con tanto di febbre alta, giro turistico in ospedale legale e cura con antibiotici da cavallo. Tutta colpa di quel caffè turco all'anice preso nel bar vicino all'albergo, ma vedendo quello che c'era in giro forse me la sono cavata anche con poco.

- Ayman, Ibrahim, Fathy, Mohamed e Walid. Un bel team con cui spero di avere la possibilità di lavorare di nuovo. Sempre che non mi rompo prima di questa vita. Bravi lavoratori e brave persone.

- Due giri alle piramidi e due a Sharm El Sheik, praticamente a costo zero. Due posto dove non sarei mai andato a mie spese per nessun motivo al mondo.

- Altro? Ah, si una fidanzata, ma quello è ancora un segreto.

venerdì 23 luglio 2010

Promosso


Mi hanno dato un livello.


Almeno a parole, perchè di ufficiale non c'è niente. Però non credo che il capo mi abbia raccontato delle balle per cui aspetto settembre, quando tutto dovrebbe essere messo nero su bianco, con una certa tranquillità.

Ufficialmente è rimasto contento del lavoro in Egitto, ma credo che si tratti solamente del pacchetto di promozioni che i sindacati richiedono ogni anno e che al giro questa volta sia toccato a me.


Non che credo di non meritarlo, ci sono alcuni assunti assieme a me che lo hanno già avuto per molto meno di quello che ho fatto io ma con un capo più riconosciente. Tre anni ininterrotti di estero, l'ultimo nella desolazione egiziana, senza mai aver creato problemi ed essermi adeguato a tutte le situazioni cercando di dare il meglio qualcosa vorranno pur dire.


C'è sempre però qualcosa che non mi torna. Ma per spiegarlo devo allargare il discorso.


Per i trasfertisti, specialmente per quelli all'estero vige una regola non scritta tra lavoratori e azienda. Per compensare i disagi a cui sono sottoposti i primi, la seconda permette a loro di fare un certo numero di ore di straordinario, ore che poi diventano soldi in busta paga. Che poi queste ore vengano poi tutte effettivamente fatte non era un grosso problema, l'importante era raggiungere l'obiettivo finale con la felicità di tutti.


Il tacito accordo parlava di dieci ore giornaliere di lavoro per sei giorni lavorativi. In paesi particolarmente disagiati, tipo certi paesi arabi, dove non è concepibile un dopo-lavoro, si arrivava anche a dodici. Quindi un minimo di venti ore di straordinario alla settimana, ottanta al mese.


Poi è arrivata la crisi.


Meno lavoro, meno soldi. E l'azienda si è ricordata che esiste una legge che impedisce di fare più di otto ore di straordinario alla settimana e trentadue al mese. Che sono meno, ma molto meno, di quelle che si fanno effettivamente. Perchè tutti sanno che i tempi che siamo costretti a rispettare sul mercato richiedono di più di un normale porario d'ufficio, e infatti nella comunicazione ufficiale si chiede, con una magistrale scelta di termini, non di non fare straordinario, ma di non segnarlo.


Col mio nuovo livello nuovo di pacca avrò un aumento di paga oraria, una indennità di trasferta più alta e qualche altra piccola agevolazione. E trentadue ore di straordinario forfetizzate che mi verranno pagate sia che le faccia sia che non le faccia.


Tutto bello quindi.


Oggi.


Ma domani la crisi finirà e la legge blocca straordinari verrà nuovamente dimentica.


Quindi...


mercoledì 21 luglio 2010

Palette


Mejillones si trova a circa settanta chilometri da Antofagasta.


Per andare da una città all'altra c'è una sola, lunga, strada con una corsia per senso di marcia. La strada passa per l'immensa e pianeggiante zona desertica della zona ed è quasi completamente un lungo e infinito rettilineo. Da qui, oltre al fatto di chiederti perchè non hanno fatto qualche corsia in più visto che il posto non manca di certo, nasce la difficoltà di mantenere i limiti dei 100 all'ora.


Io da sempre ho qualche difficoltà con i limiti di velocità. A Brindisi ci deve essere qualche via ristrutturata con i tutti i soldi che ho lasciato al comune che porta il mio nome. A Saragozza mezzo Expo devo averlo pagato io e ad Algeciras quando sono partito il sindaco deve essersi messo a piangere. Ed è una fortuna che i punti che levano in Spagna non sia convertibili nella patente italiana. In Egitto non guidavamo, avevamo gli autisti, ma lì regna l'anarchia assoluta quindi prendere delle multe deve essere fantascienza. Più facile che ti arrestino.

La parte più fastidiosa è comunque che le multe hanno la capacità di inseguirti per diversi mesi dopo aver lasciato un cantiere. E vi assicuro che è molto complicato dover pagare un bollettino quando sei, chessò, in Egitto e ti telefonano minacciando assurde ritorsioni se non verrà saldato il dovuto.


Fatto sta che oggi mi fermano perchè facevo 88 km/h invece dei 70 prescritti. Panico perchè non trovo i documenti della macchina a noleggio (potrebbero anche farli più grandi, cazzo) e perchè il carabiniere non trova la data di scadenza della mia patente italiana. Telefono a Fausto perchè mi venga a dare sostegno morale, il cellulare si spegne e quando lo riaccendo non ricordo il pin...

Il primo carabiniere parla di tribunale, ma come la storia insegna se c'è il poliziotto cattivo c'è anche quello buono. Il secondo mi ridà tutti i documenti e mi invita a fare attenzione la prossima volta.


Per questa volta è andata...

martedì 20 luglio 2010

La terra trema


Tra quattro giorni è un mese che sono in Cile.

In meno di un mese sono tre le scosse di terremoto che ho sentito.

La prima alla sera alle otto mentre guardavo South Park su MTV. Il letto inizia a muoversi per una lunghissima decina di secondi. Le seconda di notte qualche giorno dopo e la terza ieri sera.

In un paese che ha vissuto il più intenso terremoto della storia nel 1960 (ci avranno fatto una storia di Mister No???) e uno meno intenso ma ugualmente devastante solo qualche mese fa, che costruisce antisismico regolarmente e che fa le esercitazioni anti-tzunami, queste piccole scosse valgono a malapena un piccolo accenno nel telegiornale del mattino tra la notizia del figlio di Ronaldo e il suo matrimonio.

E' proprio vero che quando gli eventi negativi si ripetono con grande frequenza poi diventano normali. E vale in tutti i campi.

sabato 17 luglio 2010

Pallonate


Il mondiale trionfale tedesco di quattro anni fa me lo ero gustate sulle coste del Salento.


Uno stabilimento balneare vicino a Brindisi aveva messo su un maxischermo. Panino, birra, partita e poi tanta musica. Con un crescendo che non poteva che culminare con la coppa al cielo.


Quattro anni dopo e tanto è cambiato. E non solo dal punto di vista sportivo.


Italia - Paraguay l'ho vista al Paradise. Erano gli ultimi giorni di Egitto e ogni occasione era buona per andare a trovare May (ci tornerò...). Gli egiziani erano poco coinvolti dal mondiale, lo spareggio perso contro l'Algeria aveva lasciato rancori malcelati e uno snobbismo di reazione. Farmi guardare la partita e tifare per l'Italia sembra però a Facciadibronzo e figlio giusto e così mi fermo per cena.

May ovviamente tifa per il Paraguay e non capisce che sul calcio gli italiani di sesso maschile sono piuttosto permalosi.

Ma è la cena ad essere destinata a lasciare un ricordo indelebile.

Come primo mi portano un piatto di spaghetti cotti un venti minuti di troppo conditi con il ketchup. Non fanno nenahce finta di dissimulare perchè il barattolo vuoto è ancora lì sul tavolo. Seguono un piatto di coscette di pollo semicrude e piccantissime. Gli spaghetti bene o male li finisco, oramai sono abituato a tutto, ma quelle coscette più di un paio non riesco ad assaggiarle.


Italia - Nuova Zelanda me la vedo da casa, in Italia. Troppo freddo per andare al mare, troppo stanco per andare da Fabio. Un triste personaggio per una triste partita.


Italia - Slovenia, la partita della disfatta, l'ho vista all'aeroporto di Santiago mentre aspettavo l'aereo per Antofagasta. Mangiando un tost e facendo di tutto per non far capire che ero italiano. Hanno chiamato l'imbarco sul 2 a 0, per cui solo alla sera ho saputo che per qualche minuto abbiamo ancora sperato.


Tre continenti per seguire un disastro. Meglio il Salento.

venerdì 16 luglio 2010

Antofagasta




Antofagasta è una città portuale del Cile settentrionale che si affaccia sull'Oceano Pacifico. Si trova a circa 700 miglia nord della capitale Santiago ed è sede arcivescovile.
L'origine del suo nome è dubbia, ma l'ipotesi più accertata vuole che esso provenga da una parola in
lingua quechua che significa città del grande letto di sale. Fondata nel 1868 è una delle città più importanti del paese. È la capitale della regione di Antofagasta e conta 298.000 abitanti circa.
Dalla sua fondazione fino al termine della
Guerra del Pacifico apparteneva alla Bolivia. Fu ceduta al Cile a seguito del Patto di tregua tra Cile e Bolivia del 1884. A seguito di tale trattato, fu ceduto al Cile il territorio compreso tra il fiume Loa e il 23° parallelo che costituiva l'unico sbocco della Bolivia sul mare. In questo territorio era compresa anche la città di Antofagasta con il suo importante porto, strategico per Paesi con grosse riserve minerarie.